San Lazzaro
di Renzo Samaritani Schneider
San Lazzaro di Savena era una cittadina davvero bella che forse non si sognava nemmeno di diventare un paese allargato, insomma, una città. Era semplice, cordiale, seppure bene organizzata, dove la gente si riconosceva per strada augurandosi, sorridendo, la buona giornata. Ora vivo a Bologna ma é proprio in posti come la San Lazzaro di un tempo che correrei se volessi prendermi una mezza giornata di relax.
Io lì sono cresciuto. Non avevamo ancora il supermercato, invece c’erano le botteghe dove si faceva la spesa, magari con la proprietaria che ti serviva scrivendo i prezzi con la matita su un foglio di carta naturalmente non fiscale, con il marito che, un po’ panciuto, aveva insistito fin dagli anni sessanta affinché la famiglia acquistasse la casa per le vacanze al mare – all’epoca era relativamente facile – e magari c’era anche il figlio che aveva smesso di studiare preferendo vendere arance e pasta all’uovo, ma che era armato di buone speranze di vincere un giorno al totocalcio che gli avrebbe permesso di aprire un grande esercizio commerciale. Hai visto mai…
Poi ci fu l’evento dell’apertura del supermercato! Era una Coop e con aria d’importanza il sindaco tagliò il nastro. A noi bambini piacque moltissimo questo moderno tempio del consumismo non potendo certo prevedere che forse il negozio, dove prima si servivano le nostre madri, avrebbe dovuto chiudere perché la concorrenza era troppo dura e schiacciante.
L’altro giorno, per un motivo di lavoro, sono tornato a San Lazzaro e mi sono seduto sulla panchina in via Jussi, 11 dove da ragazzino ho giocato con gli altri bambini del palazzo. Mi sono sentito strano, un po’ malinconico. Malgrado da allora la cittadella si sia effettivamente allargata, tutto mi sembrava più piccolo, più polveroso, più freddo e impersonale. E se all’epoca l’edificio della mia scuola, che si trovava proprio di fronte a casa mia, mi dava l’impressione di essere altissimo perché io ero piccolo, ora mi era sembrato basso e anonimo sotto quel portico anch’esso un po’ basso e anonimo.
Mi sono stupito che non ho ritrovato gran che della mia infanzia tranne un flash di memoria: la Cinquecento rossa di mio padre con la quale portava me e la mamma in campagna dove un suo amico possedeva un ristorante con annesso un enorme giardino. Sì, era un bel ricordo. E l’ho chiuso nel pugno per non perderlo più.
Tu comunque sostieni di trovarti bene in Italia.
E’ vero, anche se dal 1963, quando mi sono stabilita in quel paese, l’Italia é radicalmente cambiata. Ricordo gli anni del “boom economico” in cui un popolo, che aveva sperimentato la guerra e la povertà del dopoguerra, ha scoperto per la prima volta il benessere, subendo il fascino dei nuovi consumi. Anche a casa mia e di mio marito é entrato il frigorifero, poi la lavatrice, la radio a transistor, il telefono e il televisore in bianco e nero. L’Italia guardava all’America, che fin dall’inizio del secolo si era caratterizzata per la presenza di un mercato di massa per i prodotti di largo consumo, anche se lo sviluppo economico degli anni sessanta è stato dovuto in buona parte alle cambiali, mio marito ad esempio ne ha firmate a decine. I titoli di credito delle cambiali erano smerciati senza troppi problemi, un circuito che ha potuto generare denaro in mano alle imprese e ai cittadini.
Ma poi vennero “gli anni di piombo”…
Già. Era l’Italia degli anni ‘70 in cui l’insoddisfazione per la situazione politico-istituzionale caotica si era tradotta in violenza di piazza prima e, successivamente, in lotta armata. Gruppi bene organizzati usarono l’arma del terrorismo per influenzare o sovvertire gli assetti politici del paese. Il clima in Italia era drasticamente cambiato. Ci fu anche la crisi petrolifera del 1973, che in Italia fu particolarmente dura perché agli effetti della crisi internazionale si sommarono alle fragilità strutturali dell’economia italiana. La tecnologia era in ritardo, il sistema fiscale debole ed inefficiente, la bilancia dei pagamenti in passivo, la Lira debole ecc. E poi – nel maggio del 1978 -avvenne il drammatico rapimento e in seguito l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Tutto il paese ne fu scosso fin nelle fondamenta.
Lo ricordo bene anch’io, all’epoca avevo 15 anni e vivevo ancora con i miei genitori in Italia.
Quindi nel 1971, quando cercai mia madre, la trovai, e dopo 30 anni dal suo abbandono andai a trovarla a Vienna con mio figlio – tu avevi 8 anni…
Esatto. Come andò quella visita?
L’ho descritta dettagliatamente nel mio libro “Il rogo di Berlino” che tu conosci.
Dicevo per chi ci legge…
Molti di coloro che ci leggeranno hanno comprato “Il rogo…” Si trova ancora nelle librerie dopo 14 anni dalla sua pubblicazione ed è diventato un testo adottato dalle scuole.
D’accordo. Come proseguì la tua vita in Italia?
Con molti problemi. Vivevo con mio marito e nostro figlio, che é nato nel 1966, a San Lazzaro di Savena (Bologna), in un appartamento in affitto. Un giorno ci chiesero se intendevamo acquistarlo, ma economicamente non ne fummo in grado. Così il proprietario lo vendette e ci diedero un po’ di tempo per sistemarci altrove. Purtroppo capitammo nel bel mezzo della crisi degli alloggi in affitto, frutto anche dell’abbandono di quella politica per la casa che aveva portato l’edilizia economica e sociale italiana verso la media europea del 20-25 per cento. Non trovammo dove poterci sistemare e lo sfratto incombeva. Chiedemmo delle proroghe e le ottenemmo, ma un giorno finì, arrivò la forza dell’ordine che portò i nostri mobili giù nel cortile. Dovemmo metterli in un magazzino. Il magazzino si allagò e metà della nostra roba andò in malora.
Dove andaste?
In un primo momento ci accolse la famiglia di mio marito. Ci presentammo con due valige come se fossimo dei profughi. Io soffrivo per nostro figlio, un ragazzino non merita di perdere la casa solo perché i genitori non possono acquistarla. In un secondo tempo il Comune di San Lazzaro tirò su due muri in una scuola abbandonata in una località chiamata Croara, dove sistemò noi e altri sfrattati.
Povera Helga. Dalle rovine e dai ruderi di Berlino del dopoguerra a un rudero sulle colline di San Lazzaro.
Non era proprio un rudere, la scuola era stata abbandonata perché troppo decentrata dal primo centro abitato. Ma mi diedi subito da fare per rendere quel minuscolo alloggio di nemmeno 30 metri quadrati più accettabile. Comprai della vernice e tinsi l’intero ambiente di blu. Incollai nel bagno provvisorio, doccia rudimentale, gabinetto e lavandino, delle finte mattonelle impermeabili, misi tendine alle finestre e quadretti alle pareti. I dintorni erano belli, molto verde, l’ex scuola si trovava nel mezzo di un grande giardino. Devo dire che il Comune fece di tutto per rendere quella collocazione precaria più vivibile. Ci allacciarono il telefono e ci installarono delle stufe al kerosene che ci riscaldarono d’inverno.
Tuo figlio riuscì ad adattarsi alla situazione?
Abbastanza, era ancora un ragazzetto. Era preso dalla passione per le radio libere e aveva un amico, Maurizio “dai capelli ribelli”, al quale lo accomunava lo stesso interesse, e stavano ore e ore a progettare la realizzazione di una piccola emittente libera. Più avanti realizzarono quel progetto. Mio figlio dimostrava già allora di essere dotato di un forte talento tecnico.
Quanto tempo rimaneste là?
Circa due anni. Mio marito mi aveva comprato un motorino a presa diretta e andavo su e giù per la collina facendo la spesa al paese. Un giorno salii con la strada piena di neve e pensai che non sarei mai arrivata lassù senza cadere, ma ce la feci. Fui orgogliosa di me!
…coninua…
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