L’India e i trans: quando tutto è “diverso”…
Scritto da Maria Rita Nucci
mercoledì 23 dicembre 2009
L’India è uno strano luogo dove “tutto è difficile” ma dove poi “tutto è possibile” allo stesso tempo, nel mezzo delle tante e notevoli contraddizioni che qui convivono armoniosamente, senza clamore e senza stress. Sono le 22,30 del 20 novembre, ora indiana: sono trascorsi 4 giorni dal mio arrivo in Orissa (India), senza il bagaglio che avevo spedito direttamente dall’Italia, e, insieme al mio amico-assistente Ranjan, mi trovo seduta su un treno diretto a Calcutta, per recuperarlo a ben 500 kilometri da Puri, città sacra e nostro punto di partenza. Improvvisamente, a pochi minuti dall’avvio sulle rotaie, si avvicina a noi una figura femminile, garbata e sorridente, con lunghi capelli scuri, attraversati da profumati fiori bianchi e arancio, con trucco al khajal, bracciali, cavigliere, unghie curate e laccate, collane di perline e conchiglie combinate in un intreccio simmetrico; una gonna fino ai piedi, coloratissima, completa il look eccentrico, ma perfettamente in linea con quello tipico delle donne indiane. Noto subito un movimento generale – lento ma continuo come una danza – dei passeggeri che, uno dopo l’altro, le porgono il delicato saluto a mani giunte e le allungano biglietti o spiccioli di rupie, ben disposti a ricevere un gesto di riconoscenza che – mi verrà spiegato successivamente – è “una vera e propria benedizione”. Quando giunge da me incontro il suo sguardo limpido e diretto, sento la sua mano posarsi calma sulla mia testa, e un’aria di attesa si frappone tra noi.
La mia percezione risulta esatta: è un uomo diventato donna. Viene chiamato “hijra” (pronuncia: izra), termine urdu che letteralmente designa un ermafrodita.
Ma l’India è un luogo speciale per molti motivi, una Babele di tante lingue, tante religioni, tante filosofie diverse che mai hanno sostenuto l’ipocrisia o la “discrasia” tra il dire e il fare, tra l’Essere e il sembrare. Colpisce la sua naturale inclinazione a ricongiungersi allo “spirito” in ogni ambito e in ogni attività umana, ritenendolo dentro e fuori dell’uomo, ovunque presente e permeante. Così persino nella “casta degli Hijra” si possono distinguere “asceti” e “divinità viventi”. Chi sceglie di diventare un hijra si sottopone alla castrazione come un rito “iniziatico” in piena regola, un “dharma”, ossia il compimento di un dovere previsto dalle religioni. Gli hijra provengono dalle tradizioni cristiane, musulmane, hindu; hanno un Guru (Maestro) che li educa alla poesia, al canto, alla danza, al suono di strumenti musicali. Inoltre sono soliti preparare una “puja” (altare con fiori, frutti, profumi, incensi, conchiglie e lumi di fuoco) dedicata alla loro protettrice, la Dea “Bahuchara Mata”. Non mancano neppure gli eroi della mitologia indiana: ogni anno si danno appuntamento all’“Iravani Festival” per sposare, tutte insieme, Iràvan, figlio di Krishna e della principessa Ulupi, e le cui gesta sono narrate nel Mahabharata. Iràvan è colui che, nel 18° giorno della battaglia del Kurukshetra, muore eroicamente nella lotta contro i Kaurava. Nell’India del Sud si trasmette una leggenda secondo la quale lo stesso Iràvan decide di auto-sacrificarsi alla Dea Kali per ottenere il Suo favore e perchè venga concessa la vittoria ai Pandava contro i loro nemici. Chiede anche di sposarsi prima di morire : Krishna soddisfa questo suo desiderio presentandosi nella sua forma femminile di Mohini. I “trans” indiani, quel giorno, rivivono quell’episodio, simbolicamente, e, in uno psicodramma collettivo, sposano Iràvan per poi restare vedove, confermando il loro status civile: loro, i “third gender”, sono mamme di tutti e mogli di nessuno.
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