La Repubblica scrisse all’epoca, e sembra ormai secoli fa:

LA REPUBBLICA
“FILM VERO”, la Storia non si abbraccia in Tv
di Gualtiero Peirice
Giovedì, il giorno consacrato ai ricongiungimenti in batteria della Carrà, Rai Tre ha tentato – con successo – di celebrare un incontro di ben altro peso e unicità. Per “Film vero” c’erano in studio, con Anna Scalfati, Elisa Springer, sopravvissuta ai Lager nazisti che dopo 50 anni passati senza trovare le parole ha raccontato l’orrore in un libro: “Il silenzio dei vivi”, e di fronte a lei Helga Schneider, che ha invece – ne “Il rogo di Berlino” – raccontato l’altra faccia di quella tragedia: sua madre l’abbandonò bambina per far carriera nelle SS.
Incontro e racconto, svolti lungo un filmato denso e austero con Elisa Springer che é tornata ad Auschwitz insieme al figlio per descrivere ogni angolo dello sterminio.
“Immagini insopportabili per me”, ha detto poi la Schneider. “Guardavo Elisa come vittima e pensavo a mia madre come guardiana.”
La forza del contrasto. Insomma, due ore di Tv rara, da seguire fino alla fine.
“La signora Schneider vuol dire qualcosa”, ha fatto presente la Scalfati. E la Schneider: “Ho sentito dire in questo studio che la figlia di una nazista non può abbracciare un’ebrea.”
“E invece fatelo”, ha esortato la conduttrice.
“No”, é stata la risposta della Schneider, mentre di fronte a lei il viso scavato di Elisa Springer annuiva: “No, lo faremo in privato.”
Qualcuno, abituato a “Carramba”, stavolta si sarà sorpreso davvero: esistono ancora abbracci autentici e solenni. Che possono fare a meno della televisione.
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Non ti dimentico, Elisa Springer
di Helga Schneider
Ricordo la dolcezza del suo sorriso. Quando un giorno ci invitarono entrambe ad una conferenza, io non la conoscevo ancora e mi dissi: “Chissà cosa penserà di me, della figlia di un’aguzzina di Auschwitz che aveva collaborato come volontaria all’eliminazione degli ebrei. Quindi anche lei, come ebrea, in quel Lager avrebbe dovuta essere eliminata col gas.”
Elisa mi accolse nella hall di un albergo a Matera con una frase amichevole e rassicurante: “Non ti preoccupare, tu eri bambina durante il nazismo e sei stata una vittima di quel regime come me. Tu non sei come tua madre, non c’entri con le sue scelte. Su, andiamo a mangiare, ho fame.” Nacque così un’amicizia sincera, struggente.
Lei di solito mi chiamava a un’ora tarda. Diceva nella nostra comune madrelingua: “Wie geht es Dir, mein Schatz?” Come stai, tesoro mio?
Durante l’anno che l’avrebbe portata a morte, Elisa e io compimmo un giro di conferenze nel nord Italia. Era inverno, c’era la neve. Ma, luogo dopo luogo, lei proseguiva con la forza delle madri che hanno visto morire un figlio adorato prima di loro, sentendo l’irrinunciabile dovere di continuare il compito di lui.
Silvio, figlio di Elisa, era medico e ricercatore nell’ambito degli esperimenti criminali eseguiti dai medici delle SS nei campi di sterminio nazisti; pratiche disumane e di nessuna utilità per la scienza ufficiale.
Non avrebbe senso per me ripetere notizie su Elisa Springer, se ne possono trovare decine e decine su Internet. Era una scrittrice e una delle ultime protagoniste della Shoah sopravvissute ai Lager nazisti come Auschwitz, Bergen Belsen e Therezin.
Non voglio nemmeno parlare dei suoi libri, una miriade di articoli e trasmissioni li citano: stampa, radio, televisione… Desidero ricordarla come amica, affettuosa e materna.
La rammento, come se fosse ieri, nelle fermate d’urgenza sull’autostrada e nei vari Hotel delle nostre tappe serrate. Aveva già un cancro che la divorava. Le avevano asportato buona parte dell’intestino e viaggiava con il “sacchetto” attaccato che la umiliava costringendola a soste forzate. Una sera in albergo mi chiamò e disse: “Sai, di solito sono molto orgogliosa in certe cose, ma ho un problema con il sacchetto… per favore, aiutami.”
Risolsi l’impasse e pensai che difficilmente avrei amata con un tale, ammirato affetto un’altra donna come lei.
Elisa Springer é morta nel Settembre del 2004. RaiTre riuscì in extremis a girare il nostro documentario che commosse mezza Italia.
(dal blog di Helga Schneider)
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