L’unica cosa che contesto è che abitai presso il Tempio Hare Krishna durante il servizio civile e quindi comunque (per legge) non potevo stare a casa mia, con mia madre; l’alternativa era un appartamento messo a disposizione degli obiettori dall’Ente che avevamo scelto (e che ci aveva a sua volta scelti/accettati) per prestare il servizio alternativo al militare, appartamento presso il quale effettivamente stetti per un po’ di tempo. Ma avevo già conosciuto la cosiddetta Coscienza di Krishna, avevo capito che è il mio percorso e che mi deriva da una vita precedente e tutt’ora amo i “devoti” disinteressandomi che possano sembrare “strani” agli occhi della gente. E poi erano gli anni ‘80, e tutto era ancora avvolto da una sorta di misticismo hippie.
Ora gli Hare Krishna in Italia sono quelli del prestigioso prof. Marco Ferrini, che spiega la Coscienza di Krishna nelle Università di tutta Europa in giacca e cravatta, che è rispettato dalle personalità più importanti fra ambienti accademici, culturali e non solo “spirituali”, che pubblica libri reperibili in tutte le librerie, che tiene Convegni negli ospedali, Seminari sulla Psiche, sulla Salute Olistica, ecc.
Villa Vrindavana (se ne parla nelle prossime righe) è ora un grande Centro Internazionale di Cultura Religiosa.
(la magrezza di cui parla mia madre nell’intervista fu una fase mia personale, e/o del mio corpo, e nulla aveva a che fare direttamente con gli Hare Krishna dove, invece, si mangia fin troppo! ed ottimamente)
Ecco il mio racconto che spiega più nei dettagli…
(comunque sarebbe bello scrivere un libro di tutti gli anni da quelli citati da mia madre nell’intervista in poi, sua intervista compresa! lei me lo dice sempre, ma io per pigrizia non l’ho ancora fatto… provvederò al più presto! naturalmente con la sua supervisione)
Renzo Samaritani/Schneider 14 Ottobre 2009
La verità è che ho conosciuto gli Hare Krishna a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, trovando “per caso” in giro per casa (e scusate il gioco di parole) una copia della Sri Isopanisad. Domandai ai miei genitori ma nessuno ne sapeva nulla. A tutt’oggi non si sa da dove sbucò quel libro. Fatta sta che all’inizio della pubblicazione c’è una Conferenza di Prabhupada che io lessi tutta d’un fiato e mi sembrava tutto così ovvio! Finalmente qualcuno che parlava la lingua che avrei voluto parlare, che esprimeva i concetti che fin da bambino mi appartenevano. Comunque poi il libro finì in un cassetto. Dovete sapere che fin da ragazzino avevo la passione per le radio private e mia madre, allora giornalista locale ed ora famosa scrittrice internazionale, conduceva una trasmissione nella prima radio di Bologna quando ero ancora un bimbo e già avevo un microfono davanti alla bocca. Ad inizio anni ‘80 avevo appena chiuso una mia personale radio privata in città che si chiamava Antenna Verde (ora è ri-nata su internet all’indirizzo www.antennaverde.tk) ed un giorno smanettando su di un apparecchio radiofonico mi imbattei in una Radio Krishna Centrale appena sbarcata a Bologna: Parama Karuna devi dasi stava dando delle ricette di cucina. Io ero completamente affascinato dai discorsi strani di questa strana radio che parlava di un certo Krishna e che dava ricette vegetariane, rispondeva a telefonate in diretta e ogni tanto partiva una canzone che diceva “Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare”. Ripeto: ero totalmente affascinato! Presi subito il telefono in mano e feci lo 055820161: mi rispose Claudio Rocchi (Krishna Caitanya das) che subito mi arruolò per produrre delle trasmissioni da un, per ora solo virtuale, “studio RKC di Bologna”. E così spedii a Firenze una prova di un mio “Radio Italia” (la versione evoluta di “Speciale Italia”, con inserti dalle varie Redazioni italiane di RKC). Fu approvata e trasmessa e da lì continuai. E andai anche al tempio Hare Krishna di CastelMaggiore, ad una festa della domenica. Andai ad una, due, tre feste e già un certo Dayanidhi das mi aveva convinto a trasferirmi nel tempio. Per quasi due anni ho vissuto lì e mi sono occupato della RKC-Bologna che trasmetteva da una stanzetta nella quale montai tutto il necessario e da sopra il tetto partiva il segnale che poi andava al ripetitore, che diffondeva poi il segnale in quasi tutta l’Emilia. La maggior parte delle ore ci si collegava allo studio centrale (Villa Vrindavana).

Create Your Own
Dopo quei due anni ho lasciato il movimento. Ho poi frequentato Ananda Marga, Osho e chi più ne ha più ne metta. Ho avuto da Osho l’iniziazione con il nome di Swami Veet Renzo, dagli Ananda con il nome di Vaikuntha, mi sono auto-chiamato con altri nomi vari ed ho preso altre iniziazioni che non starò qui a spiegare perché ormai non hanno nessuna importanza e non voglio annoiarvi. Fatto sta che poi torno sempre a Krishna ed ai Suoi Devoti, perché è impossibile starne lontani. Ho bevuto litri di gin in discoteche fino a mattina, per intere notti, ma Krishna era sempre lì. Non mi lasciava mai! Dell’iniziazione Vaishnava che ho preso con il nome di Ramananda das non parlerò stavolta perché è un capitolo a parte, ma se per alcuni anni avevo abbandonato tale nome è solo perché, come dice Isvari Priya devi dasi ho avuto e ho usato talmente tanti nomi che la mia mente era “nel pallone” e avevo bisogno di staccare un attimo (alcuni anni, appunto) la spina e di schiarirmi le idee.
Renzo/Ramananda 7 Aprile 2008
P.S.: attualmente, mentre vi scrivo siamo nel 2009, il mio nome spirituale è ancora Ramananda das ed il mio guru è Manonath Das di Isvara.org Dal 2008 sono responsabile del settore Comunicazioni Internet (blog, mailing, ecc.) del “Centro Vaikuntha”, che è il Centro Hare Krishna di Bologna
Come andò avanti?
Mi sono dimenticata che fin dai tempi di San Lazzaro lavoravo part-time come corrispondente di lingue in un’azienda che costruiva serbatoi di stoccaggio per petrolio ed altri materiali, e gli stabilimenti si trovavano ad Ozzano dell’Emilia. Raggiungere ogni giorno il posto di lavoro presentava qualche difficoltà, perché la distanza era notevole, ma dovevo farcela, visto che il mio mezzo stipendio serviva anche alla nostra piccola economia domestica.
Vedo che la vita per te non è mai stata facile.
No, non lo è stata. Ora non ricordo bene in quali enti od uffici presentammo la domanda per ottenere un alloggio in locazione, ne avevamo il diritto in quanto sottoposti a provvedimento esecutivo di sfratto, ed entrammo in una lunga lista d’attesa. Un giorno accadde il miracolo e ci comunicarono che ci avrebbero assegnato un appartamento a Bologna. Increduli e euforici andammo a vederlo. Firmammo il contratto e traslocammo.
Immagino il sollievo…
Enorme. Iscrivemmo nostro figlio all’Istituto Professionale Fioravanti e la vita riprese un corso normale. Da Bologna potevo servirmi del pullman per Ozzano e tutto si era semplificato.
E la scrittura?
Il fatto che ho sempre scritto, in qualunque luogo e in qualsiasi situazione, mi sembra così scontato che ho tralasciato di farne menzione. Avevo anche offerto due romanzi a diversi editori, ma furono rifiutati.
Ma hai sempre continuato…
Io scrivo fin dall’adolescenza, prima in lingua tedesca e poi in lingua italiana, ma per decenni con il più solenne insuccesso.
Tuttavia hai dimostrato una costanza ammirevole…
A Bologna cominciai con mio figlio a trasmettere nelle radio libere, lui si occupava della regia tecnica e io intrattenevo gli ascoltatori. Era divertentissimo. Facevamo “la notte” e a volte cominciavamo alle nove di sera e terminavamo alle sette del mattino. Ci telefonavano tutti gli insonni di Bologna, i non vedenti, le persone sole, nonne e nonnini, taxisti e infermieri, insomma, i nottambuli. Maurizio “dai capelli ribelli” stava al centralino che era sempre intasato. Ci intervistò anche il Carlino, ne fummo molto fieri.
Mi sembra idilliaco…
Una sera vidi mio marito tornare dal lavoro con la faccia e il collo gonfi. Mi spaventai, la cosa non mi piacque per niente. Il giorno dopo andammo dal nostro medico di famiglia. Lui tranquillizzò mio marito e ordinò gli esami di rito. Ma risultò quasi subito un cattivissimo cancro ai polmoni.
Terribile…
Già. Cominciò così il suo calvario: radioterapia e diversi cicli di chemio con i soliti, brutali, terrificanti effetti di tossicità: nausea, astenia, perdita dei capelli, valori del sangue sconvolti. Graduale decadimento morale e fisico. Crescente dolore. Qualità di vita disumana. Mio marito aveva 47 anni. Praticava regolarmente lo sport, aveva un fisico forte e allenato. Nove mesi di malattia lo avevano ridotto a una larva d’uomo. Dopo l’intervento della biopsia mi aveva detto: “Se scoprono qualcosa di brutto – non dirmelo mai.” Non glielo dissi e finsi per tutto il tempo della malattia. Gli ripetevo che aveva una forte anemia, ma che le cure lo avrebbero lentamente guarito. Lo accompagnai, mentre entrava e usciva da tutti gli ospedali di Bologna, alla morte. Ne avevo la possibilità, perché dopo un anno di soggiorno nella nuova casa, l’azienda per la quale lavoravo era fallita.
Non ho parole…
Lui trascorse il periodo finale della malattia all’ospedale Maggiore. Devo dire che c’erano medici meravigliosi, non permisero che mio marito fosse anche distrutto dal dolore. Trascorsi al suo capezzale molte notti. “Fare la notte” all’ospedale è faticoso, sfiancante. Si sta seduti su una sedia e il tempo sembra fermo. Un giorno tornai a casa per fare la doccia e preparare il solito cambio di biancheria per lui – quando suonò il telefono. Lui se ne era andato. E lo sai cosa fu la prima cosa che pensai sentendo la notizia? “Dio, ti ringrazio.” Il resto fu il normale seguito di un decesso: burocrazia, funerale, burocrazia e produzione di documenti e certificati…
Che facesti?
Mi trovai senza lavoro, senza soldi, con l’affitto da pagare e un figlio da mantenere. Allora andai a stirare camicie in un lavasecco.
Tuo figlio ti stava vicino?
Lui aspettava la chiamata per il servizio militare, anzi, il servizio civile. Durante i nove mesi, mentre seguivo mio marito nei vari ricoveri, mio figlio aveva conosciuto il movimento degli Hare Krishna e aveva cominciato a frequentare il loro tempio a Castelmaggiore. Un giorno gli proposero di occuparsi della loro radio, RKC Bologna, e poiché era appassionato di radio libere, accettò. Purtroppo accettò anche di trasferirsi nel loro tempio. Successe dopo il funerale di mio marito. Mi ribellai, mi informai in questura se mio figlio potesse vivere in un tempio, ma mi dissero che un maggiorenne aveva ogni diritto di scegliere il proprio domicilio e la religione che più lo convinceva. Ero impotente. Lui restò là per due anni finché una mattina molto presto si ripresentò a casa, spaventosamente magro, il volto affilato e indossando strani vestiti. Era molto cambiato, non lo riconoscevo. Faceva ragionamenti che non riuscivo a condividere e sosteneva concetti che trovavo estranei, incomprensibili, proiettati in un mondo arcaico che non aveva nulla a che vedere con quello in cui stavamo vivendo. Cominciarono discussioni, malumori, un abisso sempre più grande, alla fine un’incompatibilità insuperabile. Se ne andò di nuovo, rancoroso e inconciliabile. Per vent’anni evitò ogni contatto con me e fra noi si creò un divario che ad un certo punto sembrava incolmabile. Ne soffrivo molto, ma ancora una volta mi sentivo impotente.
Che triste storia… Nel frattempo tu cosa facevi?
Stiravo camicie, collaboravo con una radio libera e scrivevo. Mi rifiutarono altri due romanzi. Finché un allora ancora piccolo editore, Pendragon di Bologna, mi pubblicò “La bambola decapitata”, un libro di pura fiction. Mi intervistò un giornalista della Stampa, Gabriele Romagnoli, con l’intenzione di dedicare alcune frasi al libro, ma quando mi chiese da dove venivo, gli raccontai di essere cresciuta a Berlino durante il nazismo, che mia madre mi aveva abbandonata a 4 anni per fare la guardiana nei campi di sterminio, che avevo visto Hitler nel suo bunker sotto la Nuova cancelleria – allora lui disse: “Se ciò che mi hai raccontato é vero – d’ora in poi scrivi di questo!” Al mattino trasmettevo dalla radio, intervistando i politici bolognesi, nel pomeriggio stiravo camicie al lavasecco e alla sera scrivevo “Il rogo di Berlino”. Quando lo terminai come sempre ne feci stampare delle copie e le spedii ai vari editori, ma curiosamente anche ad un agente di Milano, Bernabò. Che mi chiamò proponendo di gestire il testo. E accadde un altro miracolo: lo accettò niente di meno che l’editore Adelphi. E la mia vita cambiò.
Complimenti, Cenerentola!
Grazie, molto gentile.
Da qui in poi la tua storia é di dominio pubblico. “Il rogo di Berlino” fu un caso letterario, arrivarono le interviste per i giornali, le apparizioni televisive, le edizioni per le scuole, gli innumerevoli inviti di incontrare gli studenti, conferenze e convegni, viaggi in Italia e all’estero, e altri due libri pubblicati dalla stessa Adelphi, ma anche da Rizzoli, Einaudi e Salani. Le traduzioni dei tuoi libri in quindici lingue estere, e il music drama “Lasciami andare madre” scritto insieme a Lina Wertmüller e messo in scena con gli attori Roberto Herlitzka e Milena Vukotic con grande consenso di critica e strepitoso successo di pubblico. E’ davvero notevole quanto hai ottenuto in soli 14 anni di carriera letteraria.
Si, ne sono felicissima.
E tuo figlio?
Ah, mio figlio… Successe che un giorno lesse sul Corriere che sua madre aveva scritto un libro che era considerato un caso letterario: “Il rogo di Berlino”.
Sarà stata un’incredibile sorpresa…
Ci incontrammo e mi rimproverò di aver raccontato la verità su mia madre, membro della Waffen SS e guardiana ad Auschwitz Birkenau, a tutta l’Italia. Il fatto che tutti sapessero di questa sua nonna “mostro” lo metteva a disagio. Ce l’aveva di nuovo con me.
Nel frattempo avrà capito che sia tu che lui siete “altro” da tua madre?
Per lui è ancora un problema.
Questo mi dispiace moltissimo. Ma non perdere la speranza.
D’accordo.
Ti ringrazio di questa bella conversazione. E incrocio le dita per il tuo nuovo libro. Com’è il titolo?
“La baracca dei tristi piaceri.”
FINE
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