Gli omosessuali nel Terzo Reich
Prima dell’avvento del Terzo Reich in Germania, Berlino veniva considerata una città liberale con molti locali gay, nightclub e spettacoli di cabaret. C’erano molti locali dove turisti e residenti eterosessuali ed omosessuali potevano praticare il travestitismo.
Dall’inizio del secolo apparvero alcuni significativi movimenti di liberazione omosessuale, come il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee (WHK) che faceva capo a Magnus Hirschfeld. Ma il movimento di liberazione omosessuale venne rapidamente eliminato con l’avvento al potere del partito nazista capeggiato da Adolf Hitler.
I rapporti omosessuali, considerati «sterili» ed «egoistici», vennero visti come un tradimento alle politiche demografiche di potenziamento del popolo, non essendo i gay in grado di riprodursi e perpetuare così la «razza padrona».
Ernst Röhm, un uomo che Hitler stesso percepì come una possibile minaccia alla propria supremazia, e comandante della prima milizia nazista, le SA, esibì in modo discreto la propria omosessualità fino al 1925. In quell’anno il giornale del Partito socialdemocratico tedesco, con l’intenzione di gettare discredito sul partito nazista, pubblicò una serie di lettere d’amore scritte da Röhm e da altri comandanti delle SA come Edmund Heines. Dopo il 1925, Röhm ebbe possibilità di esprimere più liberamente la propria sessualità e si iscrisse alla Lega dei Diritti Umani, la più grande organizzazione tedesca per i diritti dei gay.
Inizialmente Hitler protesse Röhm dagli elementi estremisti del partito nazista che vedevano nella sua omosessualità una grave violazione delle norme profondamente omofobe del partito. Nel tempo però Hitler rivide questa posizione quando sentì minacciato il proprio potere da parte di Röhm. Nel 1934 durante la Notte dei lunghi coltelli, Hitler ordinò l’uccisione di Röhm e sfruttò il pretesto della sua omosessualità per compiere ulteriori azioni contro le SA al fine di renderle innocue e docili al suo volere. Dopo aver consolidato il suo potere ed essere diventato Cancelliere, Hitler incluse la categoria degli omosessuali tra coloro che dovevano essere inviati nei campi di concentramento.
Poco dopo l’epurazione del 1934 venne creata una sezione della Gestapo che aveva l’ordine di compilare speciali liste di individui omosessuali. Nel 1936, Heinrich Himmler, capo delle SS, creò l’Ufficio centrale del Reich per la lotta all’omosessualità e all’aborto. Il decreto costitutivo di questo nuovo ufficio recitava: « [...] Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l’adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali. » Himmler divenne molto attivo nella campagna di soppressione dell’omosessualità. Egli dichiarò: “Dobbiamo sterminare la radice e i rami di questa gente… gli omosessuali devono essere eliminati!”.
Hitler supponeva che l’omosessualità fosse un “comportamento degenerato” che rappresentava una minaccia alla capacità demografica dello stato e che danneggiava il “carattere virile” dei tedeschi. I gay vennero denunciati come “nemici dello stato” ed accusati come “corruttori” della moralità pubblica che mettevano in pericolo il tasso di natalità della Germania. Circa un milione di omosessuali divennero vittime del regime nazista, anche se non venivano da subito trattati alla stregua degli ebrei; come componenti, seppur “deviati”, della “razza padrona” si preferiva “convincerli” ad una “corretta” sessualità e ed ad una “dignitosa” socialità. I gay che rifiutarono di conformarsi e modificare il loro orientamento sessuale vennero deportati nei campi di concentramento dove vennero sterminati attraverso il duro lavoro imposto.
La persecuzione nazista degli omosessuali venne portata a termine principalmente attraverso l’inasprimento delle leggi omofobiche, il tristemente conosciuto paragrafo 175, in nome del quale 100.000 gay vennero arrestati, 60.000 condannati a pene detentive e un numero sconosciuto internati in ospedali psichiatrici.
Migliaia di gay vennero sottoposti alla sterilizzazione forzata in seguito a sentenze pronunciate dai tribunali nazisti. Alcuni dei perseguitati da queste leggi non si identificarono mai come omosessuali e vennero semplicemente arrestati, imprigionati o castrati. Alcune di queste “leggi contro l’omosessualità” continuarono ad essere presenti nell’ordinamento giuridico occidentale fino agli anni ‘60 e ‘70 e per questo molti uomini e donne ebbero paura di rivelare la loro condizione sessuale fino a quando queste “leggi” vennero abrogate.
Il numero di persone omosessuali uccise nei campi di concentramento nazisti varia tra le 10.000 e le 600.000; la ragione di queste ampie variazioni risiede nel diverso conteggio delle persone esclusivamente omosessuali o anche appartenenti ad altri gruppi sterminati dai nazisti (ebrei, rom, dissidenti politici). Inoltre spesso i documenti relativi alle cause di internamento non vennero compilati, oppure scomparvero dopo la guerra.
I gay soffrirono di un trattamento particolarmente crudele all’interno dei campi di concentramenti. Questo può essere attribuito sia al duro atteggiamento delle SS di guardia nei confronti dei gay, come pure agli atteggiamenti omofobici ben radicati nella società nazista. L’emarginazione inflitta agli omosessuali nella vita sociale tedesca dell’epoca si rifletteva nei campi di concentramento. Alcuni morirono a seguito di feroci bastonature, in parte effettuate da altri deportati. Il tasso di mortalità tra gli internati omosessuali fu di circa il 60%, contro il 41% dei deportati politici e circa il 35% dei Testimoni di Geova, seconda solo al tasso di mortalità degli internati di origine ebraica.
I medici nazisti utilizzarono spesso i gay in esperimenti “scientifici” atti a scoprire il “gene dell’omosessualità” e poter così guarire i futuri bambini ariani che fossero stati omosessuali. Particolarmente crudeli le sperimentazioni del medico delle SS Carl Vaernet che effettuò uno studio su di un preparato a base di ormoni di sua invenzione sugli internati omosessuali nel campo di Buchenwald: circa l’80% degli internati sottoposti alla “cura” a base di massicce dosi di testosterone non sopravvisse.
Il racconto di un omosessuale sopravvissuto all’Olocauso, l’alsaziano Pierre Seel, fornisce dettagli sulla vita durante il periodo nazista. Nel suo racconto egli narra la propria appartenenza alla comunità gay della città di Mulhouse. Quando i nazisti assunsero il potere, il suo nome apparve in una lista di omosessuali locali che ricevettero l’ordine di presentarsi presso la stazione di polizia. Seel obbedì all’ordine per evitare ripercussioni ai propri familiari. All’arrivo alla stazione di polizia egli, insieme ad altri gay, venne picchiato; ad alcuni, che cercarono di resistere, vennero strappate le unghie dagli uomini delle SS. Altri ancora vennero sodomizzati con bastoni spezzati che causarono lesioni ed emorragie intestinali.
Dopo il suo arresto, Seel venne inviato nel campo di concentramento di Schirmeck. Qui Seel racconta che durante un appello mattutino il comandante del campo annunciò un’esecuzione pubblica. Un uomo venne portato fuori e Seel lo riconobbe: era il suo amante diciottenne di Mulhouse. Seel prosegue raccontando che le guardie del campo lo spogliarono degli abiti e che posero un secchio metallico sopra la sua testa, quindi gli aizzarono contro i cani lupo addestrati che lo sbranarono fino ad ucciderlo.
Esperienze come questa possono aiutare a capire il numero relativamente alto di omosessuali morti nei campi rispetto agli appartenenti ad altri “gruppi asociali”. Uno sudio di Ruediger Lautmann riporta che il 60% dei gay rinchiusi nei campi di concentramento morì, paragonandolo al 41% dei prigionieri politici e al 35% dei testimoni di Geova. Lo studio mostra anche come i valori di sopravvivenza fossero migliori per gli internati appartenenti alle classi medie ed alte della società, ai bisessuali sposati e a coloro che avevano figli.
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