San Lazzaro di Savena era una cittadina davvero bella che forse non si sognava nemmeno di diventare un paese allargato, insomma, una città. Era semplice, cordiale, seppure bene organizzata, dove la gente si riconosceva per strada augurandosi, sorridendo, la buona giornata. Ora vivo a Bologna ma é proprio in posti come la San Lazzaro di un tempo che correrei se volessi prendermi una mezza giornata di relax.
Io lì sono cresciuto. Non avevamo ancora il supermercato, invece c’erano le botteghe dove si faceva la spesa, magari con la proprietaria che ti serviva scrivendo i prezzi con la matita su un foglio di carta naturalmente non fiscale, con il marito che, un po’ panciuto, aveva insistito fin dagli anni sessanta affinché la famiglia acquistasse la casa per le vacanze al mare – all’epoca era relativamente facile – e magari c’era anche il figlio che aveva smesso di studiare preferendo vendere arance e pasta all’uovo, ma che era armato di buone speranze di vincere un giorno al totocalcio che gli avrebbe permesso di aprire un grande esercizio commerciale. Hai visto mai…
Poi ci fu l’evento dell’apertura del supermercato! Era una Coop e con aria d’importanza il sindaco tagliò il nastro. A noi bambini piacque moltissimo questo moderno tempio del consumismo non potendo certo prevedere che forse il negozio, dove prima si servivano le nostre madri, avrebbe dovuto chiudere perché la concorrenza era troppo dura e schiacciante.
L’altro giorno, per un motivo di lavoro, sono tornato a San Lazzaro e mi sono seduto sulla panchina in Via Jussi 11 dove da ragazzino ho giocato con gli altri bambini del palazzo. Mi sono sentito strano, un po’ malinconico. Malgrado da allora la cittadella si sia effettivamente allargata, tutto mi sembrava più piccolo, più polveroso, più freddo e impersonale. E se all’epoca l’edificio della mia scuola, che si trovava proprio di fronte a casa mia, mi dava l’impressione di essere altissimo perché io ero piccolo, ora mi era sembrato basso e anonimo sotto quel portico anch’esso un po’ basso e anonimo.
Mi sono stupito che non ho ritrovato gran che della mia infanzia tranne un flash di memoria: la Cinquecento rossa di mio padre con la quale portava me e la mamma in campagna dove un suo amico possedeva un ristorante con annesso un enorme giardino. Sì, era un bel ricordo. E l’ho chiuso nel pugno per non perderlo più.
Renzo Samaritani Schneider
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